Economia, lavoro, imprese

Ritratto di Adriano Olivetti.
“C’­è stato un momento, a metà degli anni ’60 del XX secolo, in cui un’­azienda italiana ebbe l’­occasione di guidare la rivoluzione informatica mondiale, 10 anni prima dei ragazzi della Silicon Valley: Steve Jobs e Bill Gates. Una rivoluzione tecnologica che aveva le sue radici in una rivoluzione culturale e sociale, in un modello industriale pensato al di là di Socialismo e Capitalismo, che il suo promotore, Adriano Olivetti, aveva cominciato a sperimentare sin dagli anni ’30 a Ivrea, in provincia di Torino.”
https://www.youtube.com/user/FondazioneAOlivetti Famiglia Olivetti
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La Città dell’Uomo di Olivetti
Visibile on line il film di Andrea De Sica,prodotto da la Storia Siamo Noi – Italia 150, in collaborazione con la Fondazione Adriano Olivetti, che racconta la straordinaria visione di Adriano Olivetti.
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a448d2d4-ebcf-4061-99ec-be0b35fe1dff.html<a
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Primo rapporto sulla coesione sociale
Realizzato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in collaborazione con Inps e Istat.

È stato diffuso oggi il Primo rapporto sulla coesione sociale, frutto della collaborazione tra Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali Inps e Istat. Il Rapporto, costituito da un set di tabelle utili per delineare le principali caratteristiche della coesione sociale in Italia, è organizzato in tre sezioni: Contesti, Famiglia e coesione sociale e Spesa ed interventi per la coesione sociale.
http://www.lavoro.gov.it/Lavoro/Notizie/20101220_Rapporto_coesione_sociale.htm


Settimo Rapporto UniCredit sulle Piccole Imprese
“La ricerca di nuovi mercati: la sfida delle piccole imprese fra cambiamento e tradizione”

Presentato a Roma, lo studio è stato dedicato quest’anno alla sfida dell’internazionalizzazione e della scoperta di nuovi mercati quali strategie di rilancio per il Paese e le PMI. Solo dalle esportazioni, e in particolare da quelle verso i mercati più dinamici dei Paesi emergenti, potrà giungere infatti la spinta per far ripartire la nostra economia.

Parola chiave:Da soli è sempre più difficile farcela
Nonostante l’individuazione di controparti commerciali costituisca il primo e forse più importante scoglio nei processi di internazionalizzazione, i risultati dell’indagine mostrano come il primo approccio ai mercati esteri sia avvenuto in maniera autonoma, ovvero servendosi del passaparola fra imprese, della ricerca su Internet, o partecipando a fiere di settore. Anche per quanto riguarda l’operatività ordinaria il ricorso a soggetti esterni appare ancora limitato, vuoi per una innata tendenza al “fare da sé”, vuoi per una mancata conoscenza di iniziative e servizi dedicati.
La sfida dei mercati internazionali richiede modelli organizzativi diversi che siano in grado di limitare le criticità poste dalla frammentazione del sistema produttivo e che parallelamente possano essere di stimolo per l’adozione di innovazioni di prodotto e di processo. Per ovviare ai vincoli posti dalla piccola dimensione da più parti vi è un deciso richiamo a dare vita a reti di imprese, necessarie a far massa critica e consolidare il posizionamento competitivo sui mercati internazionali.

Nell’area Ocse raddoppia la disoccupazione giovanile. L’Italia penultima.
La già ridotta occupazione giovanile dell’Italia è ulteriormente crollata negli ultimi dieci anni, avverte l’Ocse, tanto da risultare la seconda più bassa di tutta l’area. In Italia nel 2009 risultava occupato solo poco più di un giovane su cinque tra 15 e 24 anni, il 21,7 per cento dice l’Ocse a fronte del 35,8 per cento tra 19 paesi dell’Unione europea e il 40,2 per cento della media Ocse. Un livello più basso si registra solo in Ungheria (dove è crollata 18,1%).
In Italia questa voce è calata più della media: nel 1999 l’occupazione giovanile risultava al 27,3 per cento, laddove nell’Ue a 19 era al 40,3 per cento e nell’Ocse al 44,7 per cento. I dati sono contenuti in un rapporto sulle prospettive di lavoro tra i giovani pubblicato oggi dall’ente parigino.

In Italia in realtà la disoccupazione giovanile è calata, dal 31,1 per cento del 1999, sempre sui giovani tra 15 e 24 anni, al 25,4 per cento del 2009, ma dato che questa flessione si registra contestualmente a un calo di occupati, più che riflettere persone che trovano un lavoro sembra derivare da abbandoni della ricerca attiva di lavoro. Statisticamente viene calcolato come “disoccupato” solo chi sia alla ricerca di un posto, altrimenti si tratta di “non attivi”. Anche così comunque il rapporto tra disoccupazione giovanile e disoccupazione generale dell’Italia, pari a 3,7 volte, risulta più elevato della media Ue a 19, 2,8 volte, e dell’Ocse, 2,7 volte.

In Italia – scrivono ancora gli esperti dell’Ocse – la disoccupazione durante la crisi, ovvero tra il secondo trimestre del 2008 e il secondo trimestre 2010, é salita di circa 8 punti percentuali, tre volte in più rispetto agli adulti, con uno degli aumenti peggiori tra i principali Paesi industrializzati. Al 25,4% il tasso di disoccupazione dei giovani (15-24 anni) si confronta con il 7,4% totale ed è 3,7 volte più elevato di quello della fascia di età 25-54 anni. Per tasso di disoccupazione giovanile la Penisola è al sesto posto ed è al primo posto per la disoccupazione di lungo termine.

L’Italia viene indicata inoltre, come uno dei paesi più a rischio per i giovani nella transizione tra scuola e lavoro. Arriva infatti quasi al 20% la percentuale dei ‘giovani lasciati indietrò, ovvero i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che hanno lasciato la scuola senza un diploma e non lavorano. È il terzo peggiore dato, dopo Messico e Turchia, dell’area Ocse.
A livello generale lo studio indica che i giovani dell’area Ocse hanno il doppio delle possibilità di restare disoccupati rispetto a un lavoratore medio. Dall’inizio della crisi nell’area Ocse ci sono 3,5 milioni di giovani disoccupati in più, e almeno 16,7 milioni di ragazzi sono nel cosiddetto “gruppo Neet”, non in educazione né al lavoro. Ma la cosa più preoccupante, sottolinea l’organizzazione parigina, è che tra questi ultimi solo 6,7 milioni sono in cerca di un impiego, mentre gli altri 10 milioni hanno smesso di cercare, scoraggiati dalla situazione. Tuttavia «pochi governi prendono misure attive per stimolare l’occupazione giovanile», sottolineano gli esperti dell’Ocse.

La disoccupazione dei giovani nelle previsioni dell’Ocse resterà attorno al 18% nel 2011 e scenderà solo di poco (al 17%) nel 2012. Si tratta di oltre il doppio rispetto al tasso totale di disoccupazione che era all’8,6% nel’ottobre 2010. «Investire nei giovani è vitale per evitare di avere una generazione “segnata”, a rischio di un’esclusione di lungo termine», ha sottolineato il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria, presentando il rapporto.

Secondo l’Ocse vanno adottate politiche che aiutino i giovani a cercare lavoro, ispirandosi ai modelli attuati da Danimarca, olanda e Giappone. In particolare vanno aiutati i ragazzi più a rischio, quelli che lasciano la scuola senza qualifiche, che vivono in aree svantaggiate o di famiglia immigrata. Vanno rafforzati i programmi di apprendistato e di formazione professionale, sull’esempio di Austria, Germania e Svizzera e vanno incoraggiate le assunzioni di giovani offrendo sussidi temporanei a favore dei ragazzi poco qualificati e delle piccole medie imprese

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